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  • “Fatti coraggio!”
    Rendiamo “completa testimonianza in merito al Regno di Dio”
    • Questi, cioè il sommo sacerdote Anania, un oratore di nome Tertullo e un gruppo di anziani, arrivarono cinque giorni dopo. Tertullo prima elogiò Felice per quanto stava facendo per gli ebrei, evidentemente per ingraziarselo.b Poi, arrivando al nocciolo della questione, Tertullo disse di Paolo: “Quest’uomo è come la peste, fomenta sedizioni fra tutti i giudei dell’intera terra abitata ed è un capo della setta dei nazareni. Ha anche cercato di profanare il tempio, e così noi lo abbiamo preso”. Gli altri ebrei “appoggiarono l’accusa, affermando che le cose stavano veramente così” (Atti 24:5, 6, 9). Paolo avrebbe fomentato una sedizione, capeggiato una setta pericolosa e profanato il tempio: erano accuse gravi, passibili di condanna a morte.

      11, 12. In che modo Paolo confutò le accuse mosse contro di lui?

      11 Quando gli fu data la parola, Paolo esordì dicendo: “Parlo senza indugio in mia difesa”. Confutò chiaramente ogni accusa: non aveva profanato il tempio né incitato alla sedizione. Fece notare che era stato via da Gerusalemme per “diversi anni” e che era tornato con “doni di misericordia”, cioè contribuzioni per i cristiani ridotti in povertà forse a causa della carestia o della persecuzione. Paolo sottolineò che prima di entrare nel tempio si era “purificato cerimonialmente” e che si era sforzato di “mantenere una coscienza pura davanti a Dio e agli uomini” (Atti 24:10-13, 16-18).

      12 Paolo ammise di aver reso sacro servizio all’Iddio dei suoi antenati “seguendo la via che [alcuni chiamavano] setta”, ma ribadì che credeva “a tutte le cose esposte nella Legge e scritte nei Profeti”. Inoltre, come i suoi accusatori, nutriva la speranza in “una risurrezione sia dei giusti che degli ingiusti”. Paolo poi sfidò quelli che lo accusavano: “Siano gli uomini qui presenti a dire quale colpa hanno trovato in me quando stavo davanti al Sinedrio, se non il fatto che ho gridato mentre ero in mezzo a loro: ‘Oggi davanti a voi vengo giudicato a motivo della risurrezione dei morti!’” (Atti 24:14, 15, 20, 21).

      13-15. Perché Paolo è per noi un buon esempio in quanto a dare una coraggiosa testimonianza davanti alle autorità secolari?

      13 Paolo ci ha lasciato un buon esempio da seguire se mai fossimo portati davanti alle autorità secolari a motivo della nostra adorazione e fossimo accusati falsamente di essere degli agitatori o dei sediziosi, oppure di appartenere a una setta pericolosa. Paolo non adulò il governatore con parole lusinghiere come aveva fatto Tertullo. Mantenne un atteggiamento calmo e rispettoso. Usando tatto rese una testimonianza chiara e veritiera. Menzionò che i “giudei della provincia dell’Asia” che lo avevano accusato di aver profanato il tempio non erano presenti e che aveva diritto a un confronto con loro per sapere quali erano le accuse mossegli (Atti 24:18, 19).

      14 Soprattutto, l’apostolo Paolo non si trattenne dal dare testimonianza riguardo a ciò in cui credeva. Con coraggio ribadì di credere nella risurrezione, argomento che aveva creato tanto scompiglio davanti al Sinedrio (Atti 23:6-10). Nella sua difesa Paolo diede risalto alla speranza della risurrezione. Per quale motivo? Perché stava rendendo testimonianza a Gesù e al fatto che era risorto, cosa che i suoi oppositori non accettavano (Atti 26:6-8, 22, 23). Tutta la polemica verteva sulla risurrezione, e più precisamente sulla fede in Gesù e nella sua risurrezione.

      15 Come Paolo possiamo dare una coraggiosa testimonianza e trarre forza da quanto Gesù disse ai suoi discepoli: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato”. Dovremmo essere in apprensione per quello che diremo? No, perché Gesù assicurò: “Quando vi porteranno via per consegnarvi, non preoccupatevi in anticipo di quello che direte; ma dite qualunque cosa vi sarà resa nota in quel momento; infatti non sarete voi a parlare, ma lo spirito santo” (Mar. 13:9-13).

      “Felice si spaventò” (Atti 24:22-27)

      16, 17. (a) In che modo Felice trattò il caso di Paolo? (b) Quale può essere il motivo per cui Felice si spaventò, ma perché continuò a far chiamare Paolo?

      16 Non era la prima volta che Felice sentiva parlare di quello in cui credevano i cristiani. La Bibbia dice: “Felice, che era ben informato su questa Via [termine usato in riferimento al cristianesimo primitivo], li congedò dicendo: ‘Quando arriverà il comandante Lisia, prenderò una decisione su questo caso che vi riguarda’. Poi ordinò al centurione di tenere l’uomo agli arresti ma di concedergli una certa libertà, senza proibire ai suoi amici di assisterlo” (Atti 24:22, 23).

      17 Alcuni giorni dopo, Felice insieme alla moglie Drusilla, che era ebrea, fece chiamare Paolo e “lo ascoltò intorno alla fede in Cristo Gesù” (Atti 24:24). Tuttavia, “sentendo Paolo parlare di giustizia, di autocontrollo e del giudizio futuro, Felice si spaventò”, forse perché quelle parole gli turbavano la coscienza a motivo dei misfatti che aveva commesso nella sua vita. Quindi congedò Paolo dicendo: “Per adesso va’; quando ne avrò l’opportunità ti manderò a chiamare”. Felice mandò a chiamare Paolo ancora diverse volte, non perché volesse conoscere la verità, ma perché sperava di ottenere da lui del denaro (Atti 24:25, 26).

      18. Perché Paolo parlò a Felice e a sua moglie “di giustizia, di autocontrollo e del giudizio futuro”?

      18 Perché Paolo parlò a Felice e a sua moglie “di giustizia, di autocontrollo e del giudizio futuro”? Come abbiamo visto, i due volevano sapere cosa comportava la “fede in Cristo Gesù”. Paolo, che era al corrente dei loro trascorsi di immoralità, crudeltà e ingiustizia, spiegò chiaramente cosa era richiesto da tutti coloro che volevano diventare seguaci di Gesù. Quello che Paolo disse evidenziava il netto contrasto che c’era tra le norme di giustizia di Dio e il comportamento di Felice e di sua moglie. Questo avrebbe dovuto far capire loro che tutti gli esseri umani devono rendere conto a Dio di ciò che pensano, dicono e fanno, e che il giudizio che Dio avrebbe emesso su di loro aveva molto più peso di quello che doveva essere emesso su Paolo. È comprensibile che Felice si sia spaventato.

      19, 20. (a) Nel nostro ministero come dovremmo agire con chi sembra interessato alla verità senza essere realmente intenzionato a cambiare il proprio modo di vivere? (b) Come sappiamo che Felice non aveva a cuore il bene di Paolo?

      19 Nel nostro ministero potremmo trovare persone come Felice. Sulle prime potrebbero mostrare interesse per la verità, ma senza essere realmente intenzionate a cambiare il loro modo di vivere. Dovremmo usare cautela quando abbiamo a che fare con persone del genere. Comunque, come Paolo, possiamo spiegare loro con tatto le giuste norme di Dio. Forse la verità farà breccia nel loro cuore. Tuttavia, se risulta evidente che non hanno nessuna intenzione di abbandonare la loro condotta peccaminosa, lasciamo perdere e ci rivolgiamo a chi cerca realmente la verità.

      20 Nel caso di Felice, le sue vere motivazioni sono rivelate da quanto segue: “Trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo; volendo guadagnarsi il favore dei giudei, Felice lasciò Paolo agli arresti” (Atti 24:27). Felice non aveva certo a cuore il bene di Paolo. Sapeva che chi apparteneva “alla Via” non era né sedizioso né rivoluzionario (Atti 19:23). Sapeva inoltre che Paolo non aveva violato alcuna legge romana. Eppure lo tenne prigioniero per “guadagnarsi il favore dei giudei”.

      21. Cosa accadde a Paolo quando Porcio Festo diventò governatore, e da cosa Paolo continuò senz’altro a trarre forza?

      21 Dall’ultimo versetto del capitolo 24 degli Atti si comprende che Paolo era ancora prigioniero quando Porcio Festo succedette a Felice. Ebbe così inizio una serie di udienze e Paolo passò da un funzionario all’altro. Questo coraggioso apostolo fu portato davvero “davanti a re e governatori” (Luca 21:12). Come vedremo, avrebbe poi dato testimonianza al personaggio più potente dei suoi giorni. In tutto questo la sua fede non vacillò mai. Senz’altro Paolo continuò a trarre forza dalle parole di Gesù: “Fatti coraggio!”

  • “Fatti coraggio!”
    Rendiamo “completa testimonianza in merito al Regno di Dio”
    • b Tertullo ringraziò Felice per la “grande pace” che aveva recato alla nazione. La verità è che, durante il mandato di Felice, in Giudea ci fu meno pace che sotto l’amministrazione di qualunque altro governatore fino all’epoca della rivolta contro Roma. E ben lontano dalla verità era anche il riferimento alla “massima gratitudine” degli ebrei verso Felice per le riforme da lui attuate. In realtà Felice era disprezzato dalla maggioranza degli ebrei per la durezza con cui governava e la brutalità con cui soffocava le loro rivolte (Atti 24:2, 3).

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